IL PUNTO di Vittorio Bosio
IL PUNTO di Vittorio Bosio
L'Abbondanza non nasce dalla vittoria ad ogni costo
La Vita in Abbondanza, la lettera di Papa Leone XIV sullo sport in occasione della celebrazione dei XXV Giochi Olimpici Invernali, è per noi del Csi una boccata d’ossigeno. In ogni parola del Pontefice viviamo la consapevolezza che più di 80 anni di vita associativa non ci hanno invecchiato. Viceversa siamo pienamente nel solco dei fondatori, sui valori del cattolicesimo, vissuto attraverso uno sport a misura di persona, per la formazione, l’educazione, la fraternità.Dalla lettera fuoriescono diversi spunti di riflessione, analisi e approfondimento.Non sorprende che il Santo Padre apra con un accento forte sullo sport come occasione di pace, perché questi sono tempi tormentati da episodi atroci e disumani. Nulla viene risparmiato né a chi è al fronte, né ai civili, né ai bambini, né alle donne e agli anziani. Il grido di dolore del Papa, dei Papi del nostro tempo, è incessante e preoccupato. Le guerre proseguono, coi responsabili indifferenti anche alla tregua olimpica. Non a caso, il Papa parla di «cultura delle morte che è sotto i nostri occhi. Vite spezzate, sogni infranti, traumi dei sopravvissuti, città distrutte, come se la convivenza umana fosse superficialmente ridotta allo scenario di un videogioco».
Al centro della Lettera è la persona. È il cuore dell’antropologia cristiana che
Leone XIV recupera con forza: lo sport non esiste per sé stesso, ma per l’uomo.
Come ha scritto san Giovanni Paolo II, la persona umana «è la prima strada che la Chiesa deve percorrere». E il Papa sottolinea a ragione «la formidabile
opportunità formativa» dell’attività sportiva, ma dentro «una cultura della squadra fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola ad esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo». La sintesi è squisitamente sportiva: «solo insieme possiamo diventare autenticamente noi
stessi». Poi il passaggio profondo sul richiamo al bisogno autentico di senso e di comunione, che risiede nella dimensione spirituale dell’esistenza. Non siamo solo un corpo per le prestazioni. Quando lo sport pretende di sostituire la religione senza snaturarsi, «perde il suo carattere di gioco e di servizio alla vita, diventando assoluto, totalizzante, incapace di relativizzare sé stesso». Forse è il punto su cui meno riflettiamo: siamo fatti a immagine di Dio; e questa verità è la misura di ogni nostra azione, anche sportiva.