Il Punto di Vittorio Bosio
Il punto
di Vittorio Bosio
Un calcio più divertente per vincere i Mondiali della vita Dopo aver assistito all’esclusione dell’Italia dai Mondiali, in molti, a caldo, mi hanno sollecitato ad esprimere un parere. E ho sempre declinato l’invito seguendo quella regola aurea, da sempre rispettata dal Csi, di non mettere il naso nelle altrui competenze. Ora, a bocce quasi ferme (in attesa che le polemiche riprendano non appena ve ne sarà l’occasione) posso affermare che, vista dal Csi, questa esclusione – un dato di fatto, che fa male, mortifica e provoca reazioni a tutti i livelli nel Paese – potrebbe anche essere un’occasione da non perdere. Ognuno faccia quello che sa fare meglio. Come Csi ci impegniamo a fare ciò per cui siamo nati: proporre uno sport formativo, educativo, che porti a dei risultati, ma che permetta sempre ai ragazzi di divertirsi. Non è una formula magica. È buon senso. Le aspettative che gravano su bambine e bambini che praticano ogni tipo di sport sono pesanti. Salvo rare possibili eccezioni, che però non fanno notizia, ad una ragazzina o ad un ragazzino si chiede la totale disponibilità psicofisica per portare alla luce il proprio talento. Questo non è un bene se manca lo sguardo sulla qualità della vita dello sportivo, grande o piccolo che sia. Se non vedi i ragazzi ridere e scherzare, cogliendo lo
stupore dei loro anni, facendo ciò che più piace loro, vuol dire che ciò che stanno facendo non è la cosa giusta. Recenti dati, purtroppo, raccontano di preoccupanti cambiamenti. Stando a recenti analisi, infatti, il calcio italiano ha perso, dal 2015 al 2025, circa duemila società sportive. Viceversa, sono cresciuti i tesserati. Sono quindi sparite le società più piccole, marginali, impegnate per lo più nella promozione dello sport di base. Le nuove
regole, tendenti a fare ordine in un mondo a volte un po’ troppo “libero”, anche dal punto di vista economico, in realtà hanno avuto effetti su cui va fatta un’attenta riflessione. Le piccole società di quartiere, di oratorio, di paese, si sono dovute trasformare in piccole aziende, alla ricerca innanzitutto del risultato, così da essere attrattive nei confronti degli sponsor. Da un punto di vista ci sono stati tanti miglioramenti, con dirigenti più competenti e preparati, ma dall’altro si è spenta la luce e i ragazzi non giocano più: competono,
ma non si divertono. Pensiamoci su, non per tornare a vincere i Mondiali di calcio, ma per vincere i Mondiali della vita.